Domenica 27 settembre Parent Project ha curato una seconda edizione di 104 modi di amare, l’evento dedicato al tema dell’affettività e della sessualità delle persone con disabilità. Dopo il successo della prima edizione, realizzata nel 2025 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, l’appuntamento è tornato, questa volta nella cornice della Rome Future Week 2026, e si è svolto a Veracura, sempre a Roma.

Il corpo: da oggetto a soggetto

In linea proprio con il tema centrale della Rome Future Week 2026 – la materia – l’evento è partito dal corpo come materia prima. Stereotipi e pregiudizi abilisti sulla relazione tra corpo, sessualità e disabilità sono ancora diffusi nel tessuto sociale: per questo, parlare di affettività e sessualità delle persone con disabilità significa superare narrazioni fondate sull’infantilizzazione, sulla fragilità o sulla presunta “negazione del desiderio”, per riconoscere nella corporeità uno spazio di desiderio, piacere, relazione e autodeterminazione per tutti e tutte.

L’incontro è partito dalla visione del corpo come materia negata nella disabilità, mettendo in luce il passaggio cruciale dal corpo-oggetto, considerato principalmente come destinatario di cura, al corpo-soggetto, che diviene titolare del proprio desiderio e delle proprie scelte.

Una prima sessione è stata condotta e moderata da Marica Pugliese, psicologa di Parent Project e referente sul tema, con gli interventi di Armanda Salvucci (formatrice e counselor), che ha illustrato il progetto Sensuability, di Simona Spinoglio (psicologa), che ha portato una riflessione sulla sensualità a partire dalla voce e dalla bocca e de La Grattineria, che ha condiviso il valore del “grattino” come esperienza di benessere.

 

Accessibilità, diritti e relazioni

Una seconda questione sul tavolo è stata quella dell’accessibilità relazionale. Desideri, pulsioni sessuali e bisogni affettivi delle persone con disabilità rischiano troppo spesso di rimanere ostaggio di tabù e stigmi che rendono inconcepibile — e quindi inaccessibile — una vita intima piena e autodeterminata.

Si è parlato di questo nella seconda sessione, moderata da Giuseppe Giardina, psicologo di Parent Project, in dialogo con Maximiliano Ulivieri (attivista, formatore e disability manager) e Valentina Tomirotti (attivista e giornalista).

«Una delle sensazioni che mi capita spesso di provare in questi eventi è quella di sentirmi a casa. Soprattutto, di sentirmi visto interamente, nella mia totalità e anche nella mia complessità» commenta Maximiliano Ulivieri. «È uno degli aspetti più belli, anche se porta con sé una riflessione un po’ più amara. A questi eventi partecipano spesso persone che, in un modo o nell’altro, sono già toccate da questi temi: perché li vivono direttamente, perché riguardano il loro lavoro, la loro famiglia o la loro esperienza personale. Ed è importante, perché permette di incontrarsi, riconoscersi, confrontarsi e condividere. Per produrre un cambiamento ancora più profondo, però, bisognerebbe riuscire a intercettare soprattutto chi questi temi non li conosce, chi non li vive sulla propria pelle, nel proprio lavoro o all’interno della propria famiglia. Ed è probabilmente la parte più difficile. Da parte mia resta sempre bellissimo ritrovare amici e persone con cui, da anni, condividiamo lo stesso fronte. Persone con cui portiamo avanti quella che, senza esagerare troppo con le parole, si può definire una battaglia: culturale, sociale e quotidiana.»

«A Roma io e il mio compagno abbiamo potuto parlare d’amore senza doverci giustificare, cosa che capita molto meno spesso di quanto si pensi quando una dei due si muove su una sedia a ruote» spiega Valentina Tomirotti. «Di solito la nostra coppia viene letta con la lente dell’assistenza, come se lui fosse lì per spingermi e io per essere aiutata, mentre a 104 modi di amare abbiamo trovato una sala pronta ad ascoltare due adulti che si sono scelti. Parlare di accessibilità relazionale vuol dire mettere in discussione l’abilismo che ancora stabilisce chi ha diritto a desiderare e a essere desiderato. Ringrazio Parent Project per aver dato a questo tema lo spazio e la serietà che merita.»

A seguire, è stata esplorata un’altra dimensione, quella dei diritti, nella quale dignità, libertà e responsabilità della persona si intrecciano necessariamente con i concetti di autodeterminazione e consenso. Questa sessione ha visto dialogare Vittorio Montixi (educatore di Parent Project aps) con Francesco Cadelano (educatore dell’Associazione Italiana Persone con sindrome di Down).

Nel pomeriggio lo spazio è stato dedicato a due laboratori esperienziali:

  • “Il mio spazio, le mie relazioni”, incentrato su privacy, consenso e confini,
  • “Le mie relazioni, le mie scelte”, focalizzato su autodeterminazione ed empowerment relazionale.

I workshop sono stati condotti da Elisabetta Gennaro, psicologa clinica e psicosessuologa, e Sara Balducci, pedagogista e ideatrice del progetto Disex.

 

Cosa portiamo a casa

Commenta Giuseppe, giovane partecipante che ha già preso parte attivamente anche all’edizione precedente di 104 modi di amare: «Credo che sia questo il messaggio più importante da portare a casa: le persone con disabilità non hanno soltanto bisogno di assistenza, cure e inclusione sociale, ma hanno anche il diritto di vivere pienamente la propria dimensione affettiva e sessuale, di innamorarsi, di desiderare, di costruire relazioni e di immaginare un futuro insieme a qualcuno. Anch’io convivo con la DMD, e so quanto sia importante poter parlare di questi temi senza imbarazzo, pregiudizi o stereotipi. Per questo, considero esperienze come questa così importanti: perché ci ricordano che l’affettività e la sessualità sono dimensioni fondamentali della vita di ogni persona e che nessuno dovrebbe sentirsi escluso dalla possibilità di viverle. Porto con me dopo l’incontro una consapevolezza ancora più forte: non esiste un unico modo di amare, così come non esiste un unico modo di vivere una relazione.»

 

«Il lavoro su questo tema continua», conclude Marica Pugliese «perché è necessario, da un lato, provare a dare spazio ai bisogni legati all’affettività e alla sessualità che i nostri ragazzi ci riportano, ma anche perché sentiamo il dovere di creare una società sempre più pronta ad accogliere tali bisogni in maniera autentica e normalizzante. Continueremo quindi con i servizi di supporto, le teleconsulenze e i gruppi di confronto tra pari, ma cercheremo anche di portare più possibile questo tema fuori dalle “mura” della nostra associazione, facendo rete con altre associazioni, con professionisti e le istituzioni che mostreranno interesse e partecipazione».

 

 

 

 

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